Sono Sofia Melis, una moglie, una madre, un’insegnante. Mi piace cantare, ballare, leggere insomma ho tante passioni e mi piace godere di ogni opportunità che la vita mi offre. Da circa 20 anni mi interesso del mondo olistico e personalmente pratico diverse tecniche fra cui “Theta Healing”, Reiki, Yoga della Risata. Questo percorso di ricerca mi ha permesso di incontrare molte donne che cercavano di affrontare e superare problemi e difficoltà del passato e del presente per costruire il proprio futuro. Sono donne che hanno spesso storie dolorose di separazioni, fallimenti, abusi, malattie, fobie e paure. Io trovo straordinario il coraggio e la voglia di affrontare e superare i propri demoni e ho pensato che mi sarebbe piaciuto raccontare molte di queste storie per dare modo a tante altre donne di riconoscersi e trovare quel briciolo di forza in più che ti dà il sapere che non sei sola e che altre hanno vissuto e vivono le tue stesse esperienze. Uno dei miei racconti è stato pubblicato lo scorso anno nella raccolta “La casa dei fiori e altre storie” edito da E.D.U.P. e letto nella trasmissione di radio 24 “Matteo Caccia -Racconta. storie di rinascita” il 2 dicembre 2022. Dopo quella trasmissione sono stata incoraggiata da molte persone a diffondere il più possibile quella storia per aiutare altre donne nella stessa situazione a trovare il coraggio di cambiare la propria vita . Da qui è nata l’idea di questo blog. Nel racconto c’è un’esperienza fra le più dolorose che una donna possa vivere. Ti invito a leggerlo per capire ancora meglio lo scopo di questo sito…
Emozioni
Eccomi che salgo in macchina e parto di corsa, non so neanche dove voglio andare, so solo che mi devo allontanare da lui, da quelle parole che mi hanno ferita come una coltellata. Quando le ha pronunciate mi è parso che nella testa mi esplodesse un suono come di vetri rotti, forse era il rumore del mio cuore che si spaccava in mille pezzi. Sono smarrita e spaventata dalla forza con cui il dolore mi ha assalito, voglio solo scappare lontano il più possibile nella speranza di attenuare quel pulsare sordo delle orecchie. Il CD “I più grandi successi di Battisti” penzola fuori dallo stereo della macchina, lo spingo dentro e le struggenti note dell’intro di chitarra di “Emozioni “invadono l’abitacolo della macchina. -È proprio la canzone giusta da ascoltare ora- dico ironicamente tra me e me, -la depressione e la disperazione descritte in musica. – …E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire dove il sole va a dormire…– decido di avviarmi proprio verso le colline, le mie amate Langhe. I paesi si susseguono uno dopo l’altro: Farigliano, Dogliani, Belvedere…magari arrivo fino a Murazzano dove c’è la mia amica Carla, ma poi cambio idea perché in realtà non voglio vedere nessuno, soprattutto non voglio vedere lo sguardo da “Te lo avevo detto…” che Carla pur volendomi un gran bene non saprebbe nascondere. Carla aveva cercato di mettermi in guardia quando aveva capito che con Giulio facevo sul serio, lei lo conosceva da anni e mi aveva raccontato che era uno sbruffone, alzava volentieri il gomito e non trattava granché bene le ragazze. Ma io con quell’illusione che solo le donne sanno coltivare e far crescere così bene, pensavo che con me sarebbe cambiato, che avrei tirato fuori quel lato dolce e tenero che mostrava quando eravamo soli, che gli avrei fatto perdere tutte le brutte abitudini, come le troppe sigarette e il troppo alcool, che facevano parte del personaggio forte e un po’ bullo che presentava al resto del mondo. Ma proprio quella fuga disperata in macchina dimostrava quanto mi fossi sbagliata.
Il tramonto stupendo che accende i colori vivaci nei prati e nei campi in quest’inizio di luglio è così in contrasto con l’oscurità e il freddo che sento in me da farmi salire le lacrime agli occhi. Poi il crepuscolo e il buio. Questa notte non c’è la luna, i pendii delle Langhe sono ombre scure che digradano verso la valle. Intanto rimetto da capo la canzone “…E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere quant’è difficile morire…” quella frase mi sta facendo venire cattive idee. Forse se facessi come dice avrei finalmente tregua da questo dolore che mi sta togliendo il fiato e anche ormai la forza di piangere. Quante lacrime mi ha fatto versare Giulio? Tante di tutti i tipi: di gioia il giorno del matrimonio, di paura poco tempo dopo quando tornando ubriaco da una serata con amici mi ha spinto violentemente contro il muro del bagno perché lo avevo accolto arrabbiata. Era la prima volta che mi metteva le mani addosso, non sarebbe stata l’ultima. Avevo versato lacrime di umiliazione quando mi accusava di non essere capace di stirare, di cucinare, di pulire come sua madre. Lacrime di ansia quando tornava dal lavoro e se mi trovava seduta sul divano girava come un falco per la casa a cercare qualcosa che non andava per attaccar briga. Lacrime di rabbia e frustrazione quando mi accusava di non essere capace di trovare un vero lavoro, anche se nel periodo in cui mi chiamavano le scuole solo per pochi giorni di supplenza, lavoravo come cameriera in un bar durante la settimana e in un pub il sabato sera. Infine lacrime di rassegnazione quando avevo capito che non sarebbe mai cambiato e che o mi adattavo o lo lasciavo. Ma a quel punto scattava il dannato orgoglio, perché oltre a Carla anche altri mi avevano messo in guardia da Giulio, compresi i miei genitori ai quali non piaceva molto. Come potevo ammettere che avevano avuto tutti ragione tranne me? E allora recitavo la parte della mogliettina felice e non raccontavo a nessuno ciò che era veramente il mio matrimonio. Anche Giulio sosteneva l’immagine pubblica della coppia perfetta, in compagnia si rideva e scherzava come nulla fosse, in famiglia ci facevamo vedere sereni e tranquilli. Dopo ogni accesso di rabbia, di solito il giorno dopo. mi chiedeva perdono, mi scriveva lunghe e appassionate lettere promettendo di cambiare, di bere meno, di controllare i suoi sbalzi d’umore e così via. Io in quei momenti ritrovavo il ragazzo fragile che mi aveva fatto innamorare, ritornavo a sperare, gli credevo perché si sa, l’amore può essere cieco, sordo e anche un po’ tonto. Avevamo deciso di aspettare ad avere figli, l’instabilità del mio lavoro insieme allo scarso entusiasmo di Giulio rispetto alla cosa ci avevano convinti che non era proprio il momento.
Ma non si può sempre pianificare tutto, così circa tre mesi prima avevo scoperto di essere incinta. Probabilmente galeotto era stato uno di quei rari momenti di serenità che avevamo condiviso da poco, in cui, forse presi dall’entusiasmo dell’ennesimo nuovo inizio, non avevamo fatto troppa attenzione. In realtà la situazione mi aveva inizialmente spaventato, ma poi l’idea di quell’esserino che cresceva dentro di me aveva cominciato a piacermi veramente tanto. Ma Giulio non si smentì neanche in questa occasione, non era per niente contento, si era chiuso in un mutismo totale e aveva preso ad uscire tutte le sere, a tornare sempre più tardi e sempre più ubriaco. Per tre mesi avevo sopportato tutto sperando che gli passasse, ma da qualche giorno ero veramente stufa del suo atteggiamento e avevo deciso di affrontarlo. E così eravamo arrivati a quella sera, lui era rientrato già alticcio dall’aperitivo con gli amici, sentivo dall’odore del suo alito che aveva bevuto Campari con gin e sicuramente più di uno, ma io avevo deciso di parlargli lo stesso. Lo presi per mano e lo feci sedere sul divano – Giulio dobbiamo parlare- gli dissi con la massima calma: – per favore smettila di allontanarti da me, anch’io ho le mie paure, ma dobbiamo affrontare la situazione insieme, ti prego…- lo sguardo che vidi in quegli occhi mi gelò. Era odio, fastidio, disprezzo e non so cos’altro, poi esplose: – Come hai potuto farmi questo! Sapevi che non volevo diventare padre, io voglio la mia vita così com’è, per me questo bambino è una DISGRAZIA! -Istintivamente misi le mani sopra la pancia quasi a proteggere la piccola creatura che veniva rifiutata dal proprio padre, il quale continuò dicendo: – E ricordati che quando nasce, tempo sei mesi e me ne vado di casa…- poi aggiunse altro, ma a quel punto mi ero alzata avevo afferrato la borsa le chiavi della macchina ed ero scappata via.
“…e stringere le mani per fermare qualcosa che è dentro me…”
Era così cominciato il mio girovagare di quella notte mentre mi risuonava nella testa la parola “DISGRAZIA”, il mio piccolo era stato chiamato “DISGRAZIA!”
E chiudere gli occhi per fermare qualcosa che è dentro me, ma nella mente tua non c’è, capire tu non puoi …” già non capivo proprio come avevo fatto a rimanere così tanto tempo con quell’uomo che negli anni aveva annientato l’amore che provavo per lui prima con gesti violenti, condizionamenti psicologici e verbali e infine rifiutando il figlio che portavo in grembo. – Scusami piccolo per averti dato un padre così, perdonami per essere stata tanto stupida ed illusa- mentre intrattenevo questo dialogo interiore con il mio bimbo, iniziai a sentire delle fitte sempre più forti al punto da non poter più guidare. Fermai l’auto, ma ero in mezzo al nulla, non avevo ancora il telefonino, nel 1999 non era così diffuso. Poi mi sentii bagnata e appiccicaticcia e con mio grande terrore vidi il sangue. Cominciai ad urlare e a suonare il clacson. Il resto è storia, accorsero da una cascina vicino, chiamarono un’ambulanza io svenni e mi ritrovai in un letto d’ospedale, Sentivo la voce del medico attutita, lontana come se provenisse da dietro una cortina di nebbia, il dottore mi stava spiegando che avevo avuto un’emorragia, purtroppo avevo perso il bambino, sono cose capitano, ma ora stavo bene. Io sapevo che non sarei mai più stata “bene”, non avevo protetto mio figlio, lo avevo perso. Giulio arrivò trafelato, piangente, sciorinandomi la solita serie di scuse, di richieste di perdono e così via. Io lo ascoltavo come un automa, ma ero totalmente insensibile, non provavo nulla, se non fastidio per la sua presenza e voglia di restare sola. Così feci, in seguito trovai finalmente la forza di lasciare mio marito. Andai avanti, incontrai un brav’uomo, costruii una famiglia. Molto spesso pensai che il mio bambino mai nato fosse venuto da me per salvarmi la vita e darmi la scossa che mi serviva per liberarmi da quell’amore malato. Il mio piccolo angelo aveva protetto la sua mamma. “Tu chiamale se vuoi emozioni…”